IL TARTUFO
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LA STORIA
I tartufi probabilmente sono comparsi sul nostro pianeta oltre 100 milioni di anni fa. I primi a menzionarli sono i Babilonesi nel 3700 a.C., successivamente il Faraone Cheope (2600 a.C. amante di tartufi cotti nel grasso d’oca), offre agli ambasciatori pietanze a base di tartufi. Jacobbe nel 1600 a.C. conosceva ed apprezzava i tartufi e li riporta nelle sue scritture. Nella civiltà greca erano molto apprezzati e Plutarco ritiene che la loro formazione era dovuta dall’incontro della terra, acqua e lampi. Plinio il Vecchio nell’opera Naturalis Historia (23-79 d.C.) li considera diversi dai funghi epigei , e riteneva prendessero origine in seno alla terra da una alterazione della materia di cui questa è costituita; i tuoni le piogge autunnali ne favorirebbero la comparsa e il loro sviluppo non sarebbe durato più di un anno. I romani, grandi utilizzatori di tartufi, invece credevano che la formazione dei tartufi fosse data dalla volontà degli Dei per la scelta dell’”albero divino”, la quercia.
Dopo la caduta dell’Impero romano (456 d.C.) il tartufo perde il suo prestigio, non è più menzionato sulle ricette, anzi si ritiene, per le sue presunte proprietà afrodisiache, un prodotto sconveniente da usare, diventa “tartufo del diavolo”: dannato e anticamera della perdizione. Nel rinascimento accanto ad un risvegliato interesse per il tartufo come alimento prelibato, si registrano annotazioni e osservazioni da parte di studiosi naturalisti. Nel 1564 il medico Alfonso Ciccarelli di Bevagna in Umbria, pubblica “Opuscoum de Tuberibs”, e per la prima volta il tartufo viene trattato da vari punti di vista, nomenclatura, tassonomia, morfologia generale, origine, sviluppo e tutte le possibili applicazioni mediche, terapeutiche pratiche e culinarie, valutando anche la possibilità di poterli coltivare. Uno dei primi documenti contabili che si conosce, nel quale compaiono i “Tartufani” risale al 1400 dell’ordinamento finanziario del comune di Spoleto dove tra il repertorio delle merci di “gabella delle porte”, erano assoggettati ad una imposta.
Da allora si registrano i primi scambi commerciali con Firenze e la Vinegia francesi e nel 1600 bottegai di Norcia affrontavano lunghi e fruttuosi viaggi. Nel 1780 M.J. De Borch riconosce l’esistenza di tre specie di tartufi il tuber brumale, il tuber melanosporum ed il tuber aestivum come si trattasse di una solo specie, i tartufi bianchi li considerava migliori. Nel 1788 Vittorio Pico professore di medicina e storia naturale per la prima volta descrive il tartufo bianco e gli dà un nome: tuber magnatun Pico.
L’opera fondamentale dove sono stati catalogati i tartufi fu quella del giovane medico Carlo Vittadini che fece una analisi rigorosa dei caratteri fondamentali di ogni specie alla quale ha dato nome scientifico. Nella seconda metà del XIX secolo il grande studioso A. Chatin, porta un grandissimo contributo alla conoscenza del tartufo descrivendolo e catalogando in ben 21 specie, divsi in tre specie. La ricerca e gli studi sul tartufo successivamente vengono perseguiti in molti altri paesi del mondo, resta comunque l’Italia con le sue produzioni, osservate da un punto di vista qualitativo e quantitativo, il paese più importante del mondo in materia.