IL TARTUFO
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LA SCIENZA
La ricerca scientifica ha portato a delle scoperte innovative sulla biologia del tartufo: l’identificazione dei rapporti micorrizici con essenze vegetali specifiche, la verifica dell’effetto delle condizioni ambientali, la natura chimica, la struttura del suolo e le approfondite ricerche legate alle scoperte del Dna nel “Progetto Tuber” del C.N.R. regioni.
Gli studi scientifici sono legati principalmete all’idea di coltivare i tartufi, che fu espressa chiaramente da A. Ciccarelli (1564) attraverso la semina diretta dei carpofori. L’idea fu ripresa più tardi anche da altri autori (De Borch, 1780; Bulliard, 1791; De Bornholz, 1827 e Turpin, 1827), ma è superfluo precisare che questa metodologia non ha conseguito alcun risultato positivo. Durante gli anni seguenti ci sono stati numerosi altri tentativi di coltivare il prezioso fungo, ma solamente negli ultimi anni ci sono stati alcuni successi. Principalmente questi sono dovuti alla scoperta di poter dare al tartufo le condizioni perfette per la sua crescita dove coltivare piante micorizzate.
Mannozzi- Torini, Ispettore generale delle Foreste della Regione Marche, preso atto dei modesti risultati del Francolini sulla micorrizzazione spontanea; nel 1956 cerca di apportare alcune modifiche per poter produrre delle piante micorizzate in grandi numeri, bagnando le ghiande con una sospensione di spore in soluzione acquosa di zucchero e il terreno nel punto in cui vengono seminate. Dopo qualche anno si capisce che invece il terreno deve essere sterile e finalmente si ottengono micorrize di tuber melanosporum, controllate e convalidate da esperti dell’epoca.
Siamo nel 1969 e le piante così preparate, messe a dimora all’età di un anno formano i ben noti pianelli e trascorsi 11/12 anni iniziano a produrre tartufi (Mannozzi – Torini, 1970; 1971; 1984). Contemporaneamente alle sperimentazioni di Mannozzi – Torini, presso il Centro di studio per la Micologia del terreno del C.N.R. di Torino si provano infungamenti di piantine allevate in substrati semisterili. Questa idea cambia radicalmente il metodo della cotivazione. Le prime micorrize ottenute sono quelle di tuber maculatum con Pinus strobus (Fassi e Fontana, 1967) che dopo due anni producono in vaso dei piccoli carpofori.